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sabato 28 dicembre 2013

Week 52/13


  • Diorama - Baustelle (Fantasma, 2013) Non so cosa mi offenda di più di questa canzone, se la voce arrogante di Bianconi o l'uso degli archi così banale che, se Phil Spector fosse morto, a quest'ora si starebbe rivoltando nella tomba. Oppure forse è quella catervata di strumenti insulsi, come il piffero e il fagotto (sicuro, è un fagotto), che spuntano qua e la come puro esercizio di stile. O forse è quel coro muto da bambini precocemente sfruttati, o la coda finale con ancora quegli archi insopportabili che pare di essere a Sanremo nel 1960, o il ritornello da recita di quinta elementare. Oppure, semplicemente, è che è una canzone brutta, contenuta in un album arrogantemente brutto, che la critica e il pubblico osannano come disco italiano dell'anno 2013, quando, in realtà, odiatemi pure, non sarebbe nemmeno dovuto essere fatto.
  • I just called to say I love you - Stevie Wonder (The woman in red, 1984) Ho sempre associato questa canzone al Natale perchè i miei parenti la massacravano ogni vigilia performandola con chitarra (zio Achille), tastiere (zio Gianni) e voce (mia madre), anno dopo anno, inevitabilmente, insieme ad altre povere canzoni. Quando il Natale, nel corso sinusoidale della mia vita, è passato da momento più bello e caldo dell'anno a rottura di palle da svoltare in un modo o nell'altro, è ovvio che si è tirato appresso anche la colonna sonora. Ma prima o poi, sempre per la sinusoide, mi ci dovevo riappacificare, e con la canzone, e con il Natale. E così, quest'anno, mettendo in atto il primo di una sicuro lunga lista di soprusi, la notte del 24 ho messo su questa canzone, ho preso Giulietta dalla culla e le ho ficcato a forza il cappello rosso in testa. Poi me la sono stretta al petto, e abbiamo ballato insieme questa canzone, mentre io la cantavo sottovoce. Poi ci siamo fatti un pianterello sommesso. Ma ognuno per un motivo diverso.
  • Cobwebs - Coral (Roots & Echoes, 2007) Dico, non è per infierire, ma prenderei i Baustelle tutti e gli farei un bel metodo Ludovico con sottofondo la discografia intera dei Coral. Tema dell'esperimento: come scrivere canzoni pop, un pò retrò, senza fare cagate colossali. E forse potremmo anche spingerci oltre: come fare canzoni pop, senza dubbio retrò, ma belle, bellissime. Due - tre sedute dovrebbero essere sufficienti. Almeno per capire la lezione. Poi, per metterla in pratica, è tutta un'altra storia. Che con la sensibilità pop dei Coral, o ci nasci, o è meglio che lasci perdere. Perchè perle come Cobwebs, non è che puoi imparare a scriverle.

lunedì 23 dicembre 2013

La tripletta di Laura Iacuzio (Rev Rev Rev)

Rullino i tamburi, squillino le trombe! Da un bel pò non avevamo un illustre ospite fra di noi ma l'attesa è valsa davvero la pena. A sottoporci oggi la sua favolosa tripletta è infatti Laura Iacuzio, cantante, bassista, tour manager, addetta alle PR e chissà quant'altro dei magnifici e rumorosi e modenesi Rev Rev Rev, di cui vi ho già consigliato l'ascolto. Per cui, dicevamo, rullino i tamburi, squillino le trombe, ecco a voi le tre canzoni di Laura Iacuzio!

  • Le dernier jour - Asalto al parque zoologico (APZOO, 2009) Il primo concerto dei Rev Rev Rev, nel gennaio 2012, venne introdotto dalle note di questo pezzo degli Indochine magistralmente shoegazizzato dagli Asalto al parque zoologico, band argentina semplicemente incredibile. Beh, con una partenza come questa, cosa potrà mai andare storto?
  • Red - King Crimson (Red, 1974) Ci sono alcuni dischi che quando li scopri esplodono nella tua vita colorandone integralmente un tratto. Per me, con Red, è stato così, e per un periodo la sua atmosfera faticosa, cervellotica e contorta è stata veramente una colonna sonora. Proprio quel genere di album che non puoi dimenticare. Anche se magari non lo ascolti mai.
  • Rapace - Afterhours (Hai paura del buio?, 1997) Una gemma, tratta da Hai paura del buio? - uno degli album più innovativi degli ultimi decenni -, di una band che ormai considero come dei vecchi amici ai quali voglio bene comunque, qualunque cosa combinino.


venerdì 20 dicembre 2013

Week 51/13 - una tripletta post punk


  • Love like anthrax - Gang of Four (Damaged goods, 1979) E' da almeno venti settimane che voglio parlarvi di questa canzone, ma non ho mai trovato il giusto aggancio. E allora ve la prendete così com'è - col suo basso inconfondibile, il metallico caos controllato e le due voci parlate, una per canale, che si accompagnano a vicenda - e senza il mio solito e saccente commento a rovinare tutto: Love like anthrax, Gang of four, capolavoro post punk del 1979.
  • Public image - Public Image Limited (First issue, 1978) Le cose giuste: oggi, storie come queste, ce le sognamo la notte: c'è un tizio, coi capelli strani, che tutti credono sia una specie di animale, alcolizzato, drogato, voce demente del gruppo più discusso del decennio (nella fattispecie, i '70s). Ad un certo punto, questo tizio, fa davvero la rivoluzione che il punk non aveva fatto: uccide suo padre (nella fattispecie, abbandona il mentore Malcom McLaren), si riappropria della sua immagine pubblica (per i dettagli, leggere il testo della canzone) e fonda un gruppo che gestisce abilmente come una società finanziaria (La Public Image Ltd). Quindi scrive alcune delle canzoni più fuori dagli schemi (e belle) del decennio successivo (gli '80s) e diviene presto una delle icone del post punk e della musica pop in generale: un autore colto, acuto, indipendente, selvaggio. Fino a quando poi, ovviamente, non rovina tutto con le sue stesse, fottute, mani (per i dettagli, comprate e leggete Post Punk di Simon Reynolds, che io stasera c'ho troppo sonno...).
  • Tommy - Flor De Mal (Flor de Mal, 1991) No, non è che qui in Italia arriviamo sempre in ritardo su tutto, particolarmente poi in Sicilia, a Catania. No, davvero, non è per questo che ci sono ben 12-13 anni di distanza fra questa canzone dei miei amatissimi Flor de Mal e le prime due di questo post. E' che la musica della prima metà degli anni '70 ci ha così tanto sfracellato i coglioni che, quando poi tutto quel manierismo è scoppiato in aria, è venuta fuori così tanta energia post punk che i risultati non solo si vedevano ancora dopo 12-13 anni, ma si vedono ancora oggi dopo più di 30 e di sicuro si vedranno ancora per i prossimi 100 anni!

mercoledì 11 dicembre 2013

Week 50/13


  • Battery Point - Beak (Beak, 2009) Ho dovuto subire il Metodo Ludovico e una lunga serie di "coglione!", ma, tutto sommato, meno male che mio cugino c'è! Altrimenti non avrei mai cambiato idea su questo meraviglioso album e non mi sarei mai accorto delle sue qualità psichedeliche. Lo avrei davvero buttato così, senza accorgermi di niente. Senza accorgermi, per esempio, del lento groove ipnotico di questa Battery Point, del desolato paesaggio senza tempo che dipinge nei suoi caldi sette minuti e undici secondi di durata. Ora, considerando che io questo vinile non ho intenzione di levarlo dal piatto dalle ore 23 alle ore 3 di ogni notte per i prossimi mesi invernali, spero proprio che abbia anche qualità di ninna nanna, altrimenti, diciamolo chiaramente, qui le cose si complicano un pò!
  • Catching a buzz - Rev Rev Rev (Rev Rev Rev, 2013) Scommetto tutto quello che volete che questi quattro rumoristi modenesi, bellamente smarriti nei vortici chiatarristici degli anni '90, vi leveranno il sonno per mesi e vi corroderanno il cervello con il loro veleno distorto. E vi piacerà pure. Eccome se vi piacerà.
  • Lexotan - I Cani (Glamour, 2013) Potete dire quello che volete: Dalla, Battiato, Edda, Agnelli, Casacci, Clementi, Giovanni - Mastro Lindo - Ferretti, Silvio Carruozzo, Cippa, Francesco Di Bella, Alessandro Cremonesi, Alberto Ferrari, u Zulù, Meg, Neffa quando stava con Deda, e poi, ancora, Odette Di Maio, Rino Gaetano, Francesco Bianconi, Simone Lenzi, Federico Fiumani, persino La Pina, Esa e Cristina D'avena, nessuno, nessuno di loro ha mai scritto un testo come quello di Lexotan che, seppur violentissimo, ha la capacità stupefacente, quando mi cimento nella mia favolosa e inarrivabile versione a cappella, di far calmare e addormentare come un angioletto la mia piccola Giulietta post punk.

domenica 8 dicembre 2013

Week 49/13


  • Tonight Tonight - Smashing Pumpkins (Mellon Collie and the Infinite Sadness, 1995) Questa unica canzone per questa settimana è per mia figlia Giulietta, e per sua mamma Francesca, senza le quali, niente di tutto questo, sarebbe possibile.

sabato 30 novembre 2013

Week 48/13 - una quieta tripletta d'attesa


  • Alle prese con una verde milonga - Paolo Conte (Paris Milonga, 1981) Mentre attendo che tutto accada, io tiro le somme. Ripenso a quello che ero, a quello che sono, a quello che ho fatto e a quello che ancora devo fare. E così capisco che alla fine, se sono qui, è solo per suonare, per amare e, di nascosto, per danzare. Sempre, fino alla fine.
  • Julia - Beatles (The Beatles, 2013) Si rimane figli anche quando tutto cambia. Quando arrivano i soldi, quando arriva la fama, quando arrivano i tuoi di figli. Si rimane figli anche quando ormai è troppo tardi, e ciò che ti resta da fare è scrivere una canzone per tutte le Julie di sempre.
  • Sunday Sun - Beck (Sea change, 2002) E poi ci sono i groppi alla gola, e quelli al cervello. C'è un flusso enorme di parole, informazioni, emozioni, pensieri, idee, ripensamenti, insulti, urla da voler vomitare, senza però riuscirci. Viene voglia di sbattersi la testa contro il muro per stappare il tappo, e far scorrere tutto via, o semplicemente per distrarre le emozioni con qualcosa di ancora più forte. E vorresti che fosse sempre domenica, e le cose fossero sempre chiare, cristalline, quiete e possibili, come appare sempre tutto sotto al tiepido sole novembrino.

giovedì 21 novembre 2013

Week 47/13 - una tripletta per il piccolo Leonardo.


  • Dispetto - Virginiana Miller (Fuochi Fatui d'Artificio, 2005) Qualche estate fa, in vacanza al mare, alloggiai in un posto di pazzi, ma di pazzi quelli veri intendo: pazzi di quelli che ti fanno venire voglia di vivere, di sorridere, di cercare, di essere felici, insomma, pazzi. E fra questi pazzi ce n'era uno particolarmente simpatico che non ti guardava mai in faccia quando parlava, e che teneva sempre una chitarra in mano, la sua o quella di qualche altro pazzo. E una sera, questo pazzo, mi disse sottovoce, mentre beveva un amaro siciliano, lui che di siciliano aveva solo la pazzia: Vedi Angelo, è ovvio che i Virginiana Miller siano il miglior gruppo pop in Italia, e di conseguenza anche il più sottovalutato. E poi ha ricominciato a suonare la sua chitarra o quella di un altro pazzo. E fu allora che io, anche se non avevo mai ascoltato i Virginiana Miller in vita mia, cominciai a difenderli a spada tratta, senza minimamente pormi il problema se fidarmi o meno di un simpatico sconosciuto completamente pazzo. Ora so di aver fatto bene.
  • And the glitter is gone - Yo La Tengo (Popular song, 2009) Ho provato a dare una nuova chance a Popular song dei miei Yo La Tengo, e per questo da settimane lo ascolto come fosse una medicina: due volte al giorno, con gli occhi e il naso tappati. Ed è proprio uno schifo. Però, a voler perseverare nella cura, alla fine qualcosa di buono si ottiene: quindici minuti di maestoso bordello avvolto attorno ad un riff sospeso a mezz'aria, come a chiedere scusa, come a ricordare che a volte ci si ammala, si, ma poi, spesso, si guarisce anche, e si sta meglio di prima...
  • 3x3 - Lydia Lunch and Retrovirus (Retrovirus, 2013) Kim Gordon, Kim Deal, Nico, Giovanna Cacciola, Bilinda Buthcher, Lydia Lunch. Non esiste e non è mai esistita (per il futuro, nessuna previsione) altra donna nel rock al di fuori delle sopra-riportate. Grazie.

venerdì 15 novembre 2013

Week 46/13

  • When you sleep - Shonen Knife (Yellow Loveless, 2013) Deve necessariamente esserci un filo conduttore fra i My Bloody Valentine e il paese del sol levante, oltre Sofia Coppola e il suo Lost in Translation ovviamente, altrimenti non si spiegherebbe come mai, un pugno di illustri musicisti giapponesi, provenienti per lo più dall'area noise-shoegaze, abbia deciso di omaggiare il favoloso Loveless replicandone, ognuno a modo proprio, l'intera scaletta. Ok, non è che l'operazione in se sia del tutto esaltante - un album tributo è quasi sempre una vera e propria cacata - ma ascoltare con un sorriso sulle labbra questa fumettistica cover di When you sleep mi ha fatto chiedere davvero: ma non è che forse è meglio dell'originale? E mi ha fatto rispondere: no, col cazzo, ovviamente no che non lo è. Ma è troppo forte!
  • We're sinking - Mark Sultan aka BBQ (The Sultanic Verses, 2007) Paffuto e sudaticcio nel suo sari viola, Mark Sultan se ne stava da solo in un angolo, ingobbito su chissà quali malinconici pensieri. Aveva appena finito di intrattenerci cantando, suonando la sua chitarra consunta, pestando la minuscola batteria, ma sembrava già un'altra persona rispetto a prima. Se ne stava li da solo, a bere birra e a guardarsi i piedi, quando senza volerlo sono inciampato sulla sua solitudine. O forse lui è inciampato nella mia. Non so chi dei due si è avvicinato per primo, ma fatto sta che neanche ci siamo stretti la mano che lui aveva già la penna sulla locandina che gli avevo allungato, e disegnava cornicchi, cicatrici e occhiali proprio sulla sua stessa sorprendente faccia. Come si fa sui santini delle elezioni... poi ha scarabocchiato un GRAZI! da una parte e un MARK S. dall'altra, un cuore, un pac-man e un aeroplanino di carta in mezzo, mi ha restituito la locandina e mi ha fatto un inchino. Mi ha chiesto se poteva tenersi la penna e io gli ho detto di si. Sono tornato a casa, mi sono sdraiato sul divano,  e ho ripensato al malinconico Mark. Che cazzo, mi sono detto poi, allora anche i musicisti garage possono essere malinconici... 
  • Swallowtail - Lemon's chair (I hate? I hope?, 2010) E' stato ascoltando questi Lemon's chair che ho capito qual è il legame fra i My Bloody Valentine e il Giappone, ed è così semplice che quasi mi vergogno a spiegarlo. Il fatto è che la musica di Kevin Shields e soci mette assieme rumore industriale e melodie dream, creando un suono palpabile ma sospeso a mezz'aria, e il Giappone che conosciamo noi mette assieme frenesia sociale e la quiete antica di una cultura che molto coltiva l'anima, creando un mondo concreto ma sospeso nella innervsion. In Giappone, insomma, il terreno era fertile perchè le radici dello shoegaze potessero attecchire solidamente, nonostante le origini europee. Un pò come il blues in America, il walzer in Austria e la tarantella in Sicilia...

sabato 9 novembre 2013

Week 45/13


  • Corso Trieste - I Cani (Glamour, 2013) Paralizzato. Ecco come mi sono sentito la prima volta che mi sono trovato al cospetto di questa canzone: paralizzato. Paralizzato perchè era la canzone nuova di un gruppo che poteva solo deludermi. Paralizzato perchè secondo i miei standard sonori avrebbe dovuto farmi schifo e invece mi piaceva sempre di più man mano che si sviluppava sotto le mie orecchie. Paralizzato perchè Niccolò Contessa non ha neanche 30 anni (ne 29, ne 28 e forse manco 27) e si permetteva di parlare di nostalgia senza però irritarmi a morte ad ogni singola parola. Paralizzato perchè questa canzone è proprio bella e a me, I Cani, piacciono da morire.
  • Reflektor - Arcade Fire (Reflektor, 2013) Come mi sono sentito invece davanti al nuovo album degli Arcade Fire? Annoiato. Annoiato a morte, come non mi era successo neanche per i loro ultimi due album...
  • 4 Hours - Clock DVA (Clock DVA, 1981) Dico, non è che per forza uno può conoscere tutto tutto, ricordare i gruppi, le one-hit band di ogni stagione, sapere chi suonava con chi, quali artisti facevano parte di una scena e quali di un'altra... non è che uno può sapere chi ha esordito in Inghilterra per poi morire in America, chi ha prodotto quell'album e in quale studio, chi erano i session men salariati etc.. etc.. dico, non è che per forza uno può sapere tutto tutto, daccordo, ma questi Clock DVA, dico io, si può sapere perchè me li avete tenuti nascosti fino ad ora?

sabato 2 novembre 2013

Week 44/13 - una tripletta per il giorno dei morti, una tripletta per il morto Lou Reed.

Ecco alcune delle cose facilmente tangibili che Lou Reed ha fatto per me negli ultimi quarantacinque anni: ha scritto almeno dieci delle mie canzoni preferite; ha portato quasi all'estremo l'idea di violenza chitarristica; ha scritto, pubblicato e difeso a oltranza Metal Machine Music; ha ispirato Lester Bangs, Todd Haynes e Timothy Greenfield-Sanders nelle loro rispettive arti; ha suonato un concerto per me e pochi altri praticamente sotto casa mia; ha deciso di morire il giorno dopo il mio compleanno in modo da non rovinarmi i festeggiamenti di quest'anno e degli anni futuri.
Ed ecco alcune delle cose facilmente tangibili che io ho fatto per Lou Reed negli ultimi quarantacinque anni: ho comprato molti ma non tutti i suoi dischi; ho speso pochi spiccioli per vederlo in concerto assieme a pochi altri praticamente sotto casa mia; ho parlato della sua musica con gli occhi luccicanti ad amici, conoscenti e altri.
Ma ciò nonostante, il debito che avrò con lui, e con tutti gli altri artisti che uno dopo l'altro moriranno inevitabilmente nel corso dei prossimi anni, sarà sempre troppo grande anche solo per pensare di poterlo quantificare.




venerdì 25 ottobre 2013

Week 43/13

  • Backwell - Beak (Beak, 2009) Ti piacciono i Suuns, mi hanno detto, e non conosci i Beak? Ma dai, davvero? Così - da una parte umiliato per essermi fatto cogliere impreparato, dall'altra eccitato per un'insperata dritta - sono corso a colmare questa incredibile lacuna, senza neanche preoccuparmi di rispondere alla domanda. Ho procurato subito il loro primo album, ho messo lo stereo a manetta, ho premuto play, quasi eccitato. Ammetto di essere rimasto estasiato da questa Backwell che apre il disco, ma tutto il resto mi ha subito e profondamente annoiato a morte. E l'ho ascoltato tre volte di fila! Quindi ho premuto stop, ho spento lo stereo, ho cancellato i file dal computer. E poi sono corso a rispondere alla domanda di cui sopra: si, conosco i Beak. Ho detto. E poi ho anche aggiunto: e mi fanno davvero schifo.
  • Double dare - Bauhaus (In the flat field, 1980) C'è qualcosa di già sentito nella voce di Peter Murphy, nelle chitarre di Daniel Ash, nel drumming di Kevin Haskins. Ma qualunque cosa sia, loro l'hanno fatto prima degli altri. E, in molti casi, molto, ma molto, molto meglio.
  • Mercy - TV on the Radio (Mercy 45rpm, 2013) Lo ammetto, mi stò già leccando i baffi, le orecchie e anche gli occhi. Sto rischiando di disarticolarmi le spalle muovendole di qua e di la ogni volta che sento Mercy. Controllo ogni cinque minuti se hanno annunciato la data di uscita del nuovo album. E poi rimetto da capo Mercy, e poi di nuovo ancora, e ancora, e ancora. Poi, quando proprio non c'è più niente da fare se non aspettare, mi fermo un attimo, esausto, e ringrazio Tunde Adebimpe (o qualche altro Dio), per aver accolto le mie preghiere, e aver cominciato, da questo singolo, ad esplorare territori più amorevolmente garage.

martedì 22 ottobre 2013

Le tripletta di - udite, udite! - Daniele Zito

Non è perchè il suo blog Sei Cose ispira e commuove ogni giorno milioni di blogger in tutto il mondo (fra cui me), nè tanto meno perchè il suo romanzo-capolavoro La solitudine di un riporto verrà presto citato in tutti i manuali alla voce decostruzione. Non è neanche per i suoi baffi eleganti, nè per la laurea in informatica specializzazioni occulte, nè per il sorriso sornione e oppiaceo. E' perchè gli ho chiesto di fare la sua tripletta e lui, gentilmente, l'ha fatta. Signore e signori, le tre canzoni di Daniele Zito!

  • Hoist that rag - Tom Waits (Real gone, 2004) Io, ogni volta che la gente parla di musica, mi domando sempre se abbia realmente senso perdere tempo a discutere di canzoni, generi, stili e tutta quella roba lì se poi, quando meno te lo aspetti, dal fondo di un bar sbuca fuori un signore di Pomona capace di prendere in mano un microfono e soffiarci dentro con questa voce qui. Mica la puoi raccontare o classificare una voce così, figurati se puoi capirla. Puoi soltanto ascoltarla. Meglio se in silenzio.
  • Non importa - Wolfango (Wolfango, 1997) C'era ancora il Consorzio Produttori Indipendenti, allora. Forse per questo l'idea di mettere assieme un basso, una batteria e due voci stonate, oltre che dei sonagli, non sembrava tanto folle. In tutto i Wolfango sono riusciti a far uscire due dischi, Wolfango e Stagnola, due piccoli capolavori, poi più niente, troppo sgangherati per riuscire a resistere oltre. Chissà che fanno adesso. Mi piace pensare che prima o poi torneranno a creare altri giocattoli mostruosi.
  • J.S.Bach's Partita #2 - Glenn Gould (The art of piano) Cos'è un artista? E' uno che si mette al piano a provare e riprovare sempre le stesse cose fino a diventare perfette, e pazienza se non gli riesce, - se ogni tanto impazzisce attorno qualche passaggio, se le dita non vogliono saperne di seguire la partitura - lui comunque resta al piano, e se proprio non ce la fa più a battere sui tasti, prima si alza, poi borbotta, poi ancora guarda perplesso fuori dalla finestra domandandosi Cos'è che non va? Porca puttana, cos'è che non va?, e trenta secondi dopo è di nuovo al piano a provare e riprovare.

sabato 19 ottobre 2013

Week 42/13


  • Ohm - Yo La Tengo (Fade, 2013) Ascolto questa canzone almeno tre volte al giorno perchè, dopo lo shock di schifo procuratomi dal precedente album Popular song, voglio assicurarmi che i miei Yo La Tengo siano davvero tornati sulla vecchia e giusta strada, e che non sia solo un'impressione frutto della mia malinconica fantasia.
  • Missing boy - Durutti Column (LC, 1981) Ascolto questa canzone almeno tre volte al giorno perchè, se da una parte è vero che non si esce vivi dagli anni '80, dall'altro è vero che non c'è un solo motivo buono per farlo.
  • DLZ - TV on the Radio (Dear Science, 2008) Ascolto questa canzone almeno tre volte al giorno perchè, fanculo la mia malinconia, c'è in giro troppa musica fica per perdere tempo a rimpiangere le vecchie e giuste e noiose strade, i decrepiti anni '80, gli anchilosati Dinosauri della preistoria. Guardiamo al passato si, ma solo per prendere la rincorsa!

sabato 12 ottobre 2013

Week 41/13


  • Intermission - Blur (Modern life is rubbish, 1993) Stavo facendo lo sborone, lo ammetto, e mentre parlavo piegavo la testa di lato di tanto in tanto e sbattevo lentissimissimamente le palpebre dei miei occhi. I Blur non hanno segreti per me, dicevo compiaciuto, sono come un libro aperto per me! Il loro parco suoni, gli stili di composizione... non è certo perchè non conosco Modern life is rubbish che i Blur... a quel punto mio cugino si è alzato, immerso nel suo solito silenzio oppiaceo, e mi ha fatto ascoltare questa canzone. Poi, per la prima volta nella sua vita, lo ha detto anche a me: Coglione! Finalmente, chissà da quanto tempo aspettava questo momento...
  • Freak scene - Dinosaur Jr. (Bug, 1988) Non vedevo questo video da anni e, quando questo pomeriggio mi è finito davanti agli occhi, ho sentito una fitta al cuore: capelli che gli svolazzano di qua e di la, piroette a bizzeffe come se fosse vivo e quando poi si piega sulla chitarra minuscola per violentarla... dio, per me J Mascisc è come uno di famiglia ed io gli voglio bene. Hai sentito J? Io ti voglio bene! IO TI VOGLIO BENE!
  • Song of the minerals - Shellac (At Action park, 1994) Visto che sono in vena di squallidi sentimentalismi, colgo l'occasione per tendere una mano agli Shellac: è un grande album questo At Action park, non c'è che dire, e questa canzone (che è probabilmente la più melodica dell'album) è puro spettacolo. Attento Albini, mi stai ancora sulle palle, con quella tua voce da palle strizzate, ma ti do un'altra chance. Vedi di non sprecarla...

mercoledì 9 ottobre 2013

La tripletta (della follia) di Gloria Patané


Nuovo ospite, oggetto di un folle e lungo corteggiamento: Gloria Patané ci propone una tripletta sulla follia, una tripletta insana, una tripletta da folli! Buon ascolto, e buona lettura. Folli...
  • Song 2 - Blur (Blur, 1997) Una sera piena di stelle, di rientro da una scampagnata, giornata di vino rosso e reggae e alla fine carciofi arrostiti, la parte migliore di ogni scampagnata. Avevamo cantato e riso e parlato tutta la giornata, e quindi non c'era più bisogno di parole. Zitti e assorti, nel buio della campagna ennese, ma nessuno di noi era lì in quell'abitacolo intriso di musica che si spandeva oltre il finestrino. Non posso dire a cosa stessero pensando gli altri, ma di una cosa sono certa: eravamo tutti consapevoli che quel momento non sarebbe più tornato. E stavamo zitti, mentre questa canzone urlava nella notte una folle rassegnazione.
  • Tourette - Nirvana (In utero, 1993) Urlavo invece quando ero giovane e bella, no, bella no, ma giovane si, e urlavo dalla mia testa e dicevo cose parole e sentimenti senza senso, e la gente pensava che fossi pazza, ma probabilmente era solo una sindrome di Tourette non diagnosticata. E quando Kurt urlava nessuno pensava che fosse pazzo, perchè lui oltre ad essere giovane era pure bello. E si sa, i belli raramente sono pazzi, i pazzi sono quelli con i denti storti e i capelli sfilacciati e mezzi caduti e i vestiti sdruciti. E urlano sconcerie e nessuno ci fa caso, se sei bello invece tutti si preoccupano per te. Meno male che poi sono guarita, perchè con i mei denti storti e i capelli sfilacciati e i miei vestiti sdruciti, se mi fossi sparata un colpo di fucile nessuno ci avrebbe fatto caso.
  • Lu rusciu te lu mare - Alla Bua (Alla Bua, 2002) Noi femmine abbiamo una pazzia diversa da quella dei maschi. I pazzi maschi spesso sono violenti, alcune volte geni e altre solo pazzi che non c'è niente da fare. Quando una femmina è pazza invece è solo isterica: il nostro male ha origine sempre e solo li, da quel pezzo del nostro corpo che da la vita e quando secca e muore ci cambia l'anima e ci fa impazzire. Ma quando una donna è pazza è libera di cantare e di ballare, se ne frega di chi la vuole curare, e allora possono stare li gli uomini a suonare e battere sui loro tamburelli e cercare di farla rinsavire... canta femmina folle, femmina pazza, femmina isterica, che la follia è un dono degli Dei.

sabato 5 ottobre 2013

Week 40/13 - una tripletta hardcore per tre clichè artistici


  • Out there - Dinosaur Jr. (Where you been, 1993) L'antipatica domanda è: non è che per caso questa canzone sarebbe apparsa come un capolavoro, e non come la semplice copia di una copia di una copia, se fosse stata contenuta nel primo e non nel quinto album dei Dinosaur Jr.?
  • I love you - Black Flag (My war, 1984) Altra antipatica domanda: che questa liscissima canzone dei Black Flag sia le fondamenta per i capolavori hardcore a venire, è sufficiente per reputarla più importante di tutte le altre? 
  • Terrorista N.A.T.O. - Punkreas (Pelle, 2000) Ultima antipatica domanda: è poi così importante capire se questa cristallina canzone dei Punkreas debba essere classificata come hardcore, punk o come crossover hard-punk-new wave-power pop?

venerdì 27 settembre 2013

Week 39/13

  • Epic - Faith no more (The real thing, 1989) Dedico questa canzone del 1989 a tutti coloro che, almeno una volta negli ultimi ventuno anni, hanno sentenziato compiaciuti che "però i Rage Against the Machine hanno inventato un genere!!!". Olè! Ma belle vaccate che dite, davvero!
  • Drill - Wire (Drill, 1985) Non so come mai i Wire chiamarono "Dugga" la trovata ritmica con la quale soppiantarono i vecchi groove funk, ma dice Simon Reynolds che invece, per capire come mai questa canzone si chiama Drill (Trapano), basta solo ascoltarla. Ad un livello di volume spropositato poi, sono sicuro che anche ogni dubbio sul Dugga sarà definitivamente sciolto.
  • Violent life - Blonde Redhead (La mia vita violenta, 1995) Perchè non mi piacciono i Blonde Redhead, perchè?! Piacciono a tutti, a tutti! Ai critici musicali, agli artisti del circolo degli artisti, ai falsi nerd, radical chic, nichilisti, anoressiche, bulimiche, aspiranti DJ, aspiranti attrici, autori TV, stagisti, registi, falliti, delusi, depressi e persino ai frustrati! A tutti, a tutti piacciono i Blonde Redhead, tranne a me! Ma perchè, perchè devo essere escluso da questo fantastico fan club, perchè?

sabato 21 settembre 2013

Week 38/13 - una tripletta nostalgica III


  • Skopje - Teatro degli Orrori (Il mondo nuovo, 2012) "Striscia fuori dal grembo del mare un piccolo granchio. Si sotterra e si addormenta nella sabbia di fango e detersivi, stanco morto. Sulla faccia il sudore del lavoro, che percorre l'autostrada a piedi, che si accanisce sul brandy del discount, e che si strappa i capelli bianchi. I semafori in fondo al viale sono bottoni di camicia spalancata sul petto. Il Rivolta questa notte romba musica cupa e discontinua. Mi fiorisce in petto un pianoforte sul quale suonano gli amori degli uomini del mondo. Non posso fare a meno di voi, amori degli uomini del mondo, non posso fare a meno di voi". Questa è pura letteratura. Ma voi continuate ad idolatrare Capossela, e le sue porcherie cha-cha-cha...
  • Expressway to your skull - Sonic Youth (Evol, 1986) L'apice del post-post-punk. I Sonic Youth mettono al muro Clash, Beach Boys, James Brown, Elvis Presley e Madonna, uno dopo l'altro e chiarendo per ciascuno di loro le motivazioni della condanna a morte. Poi, al minuto 2.06, aprono il fuoco. Le chitarre di Lee e Thurston, il basso di Kim e i maltrattamenti ai tamburi di Steve sono delle pietrate sonore letali che non lasciano in piedi nessuno, e il rumore bianco che si snoda in una coda infinita (in vinile va in loop) è la tabula rasa per ricominciare, tutto, da capo. La missione è compiuta, indubbiamente, ma andrà ripetuta ad intervalli regolari.
  • Poptones - Public Image Limited (Metal box, 1979) Ora, daccordo che quei tre anni fra il 1978 e il 1980 sono stati fra i più sconvolgenti in fatto di suoni, argomenti, performance e, in generale, attitudine musicale, ma immaginare cosa possa essere successo nel mondo della vecchietta post-vittoriana mentre beve il te con il mignolo alzato davanti alla tivvu proprio quando i Pil erano a Top of the pops - con un brano che ha un basso che sembra un jingle di natale, una chitarra che pare pioggia acida su una città industriale, una batteria che non si capisce se cade a destra o a sinistra e un testo urlato a denti e culo stretti che racconta di uno stupro nel mezzo dei boschi di cui la vittima ricorda solo i poptones che venivano fuori dall'autoradio del maniaco - è troppo difficile per me, che sono cresciuto con la faccetta dolce di Bono Vox e Bruce Springsteen perennemente in classifica. Ma, volendo azzardare, direi che è morta soffocata dal suo te zuccherato nel momento in cui ha realizzato che il mondo a cui era abituata era ormai frantumato in milioni di pezzi e, per di più, pezzi fatti di sostanza dichiaratamente molto simile alla gloriosa merda dei peggiori quartieri londinesi.

mercoledì 18 settembre 2013

La tripletta di Giusi Di Placido

Senza nulla togliere ai precedenti e futuri ospiti, quello di oggi è veramente speciale. Innanzi tutto, perchè è la prima donna a regalarci la sua tripletta del momento. Poi, perchè senza di lei questo spazio non sarebbe mai esistito. Quindi, miei cari tutti, aguzzate la vista, attivate l'udito, ecco a voi le tre canzoni di Giusi Di Placido!
  • I feel just like a child - Devendra Banhart (Cripple crow, 2005) Indian soundtrack: non era il treno per Darjeelling ma per Varanasi. Il classico motivetto che ti si incastra nelle vertebre ad ogni balzo dei vecchi carrozzoni lerci indiani. Mi faceva ridere e dimenticare il caldo atroce.
  • Birds - Sophia (Technology won't save us, 2007) Technology won't save us, con le sue classiche ballate mi porta dentro il mio vulcano, e mi culla con le sue melodiche vibrazioni. Troppo poco pop? No, no...

venerdì 13 settembre 2013

Week 37/13


  • Easy Easy - King Krule (Six feet beneath the moon, 2013) Questa discussione è avvenuta via chat. Io: "Cugino, dai un'occhiata a questo video. Quanti anni avrà? Diciotto, venti?". E allego link. Mio cugino mi risponde dopo mezz'ora: "Sei un coglione. Pensavo fosse una twenty years big boobs young teen redhead depilata e ubriaca a un college party. Mi hai svegliato per niente. Sei un coglione". Signore e Signori, King Krule. Quanti anni avrà? Diciotto? Venti?
  • Shoplifting - Slits (Cut, 1979) Si narra che quando queste tre fanciulle si misero assieme, nessuna di loro era esattamente in grado di suonare uno strumento. Si narra inoltre che in quel periodo, non era esattamente richiesto saper suonare uno strumento per mettere su un gruppo. Eppure questa Shoplifting è un piccolo gioiello pop, grazie ad un ritmo irragionevole, un giro di basso che conosco tanta gente io che pagherebbe per saperlo inventare e suonare dopo tutti gli anni di studio alle spalle (mah!), un testo divertente ma al contempo impegnato (Babylonian won't lose much and we'll have dinner tonight) e persino una citazione musicale, più o meno casuale, dei Kinks (Last of the steam-powered train). Meraviglioso, quello che succede quando non hai schemi mentali. Meraviglioso.
  • The closet - Teenage Jesus and the Jerks (No New York, 1978) Anche questi disgraziati, non è che fossero proprio dei campioni coi loro strumenti. Eppure, con le loro dieci - dodici canzoni pubblicate in tre anni (circa diciotto minuti di musica in totale), hanno stravolto tutto. The Closet è una marcia funebre su cui Lydia Lunch infierisce con i suoi strazi da disperata che annega. E' un ritmo alieno senza il quale non avremmo mai avuto i Sonic Youth di Bob Bert. E' un primordiale tentativo di distruggere tutto ciò che sappiamo sul rock per poter ricominciare da capo. Questo, e nient'altro, è vero punk.