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domenica 19 maggio 2019

Week 20/2019

  • Blue skied an' clear - Slowdive (Pygmalion, 1995) Ora, non è che un artista non abbia il diritto di sbagliare un colpo, ma ecco, a volte è meglio tacere, soprassedere, sorvolare, sorridere, alzare le spalle e far finta di niente piuttosto che arrancare appresso a un album come questo cercando di rivalutarlo dopo 25 anni, sguazzando nel tentativo inutile di dimostrare che, per esempio, i Sigur Ros non sarebbero mai esistiti senza o che i Beach House non ne sono altro che una copia dilatata. Trovo Pygmalion un album abbastanza inutile, noioso per cui fastidioso, e l'unica ragione per cui non l'ho ancora eliminato dalla playlist è questa Blue skied an' clear che è bella, molto bella. Molto più bella del resto della scaletta messo insieme. Che ci volete fare, succede.
  • Suck - Priest (Nothing feels natural, 2017) Non è che faccia proprio bene alla mia acufene, ma non ne posso fare a meno. Scoperti da poco e balzati in playlist con un sorpasso che ha del clamoroso, questa Suck è in effetti contenuta in Nothing feels natural, album precedente al The seduction of Kansas sotto ascolto, che però adesso mi pare un po' più bello perché, mi pare, meno rock e più danzereccio... bestemmia, bestemmia, lo so, lo so, ma che ci volete fare? Forse sarà la vecchiaia, forse sarà un effetto collaterale dell'acufene, forse sarà cosi e basta...
  • I believe in something better - Fat White Family (Serfs up!, 2019) Quando è uscito il nuovo album dei FWF tutto mi sarei aspettato tranne questo. Non è solo bellissimo, è morboso. È attaente, ammiccante, è apocalittico. Ascoltate questa canzone, che non mi pare sia uscita come singolo ma che è fra le mie preferite. Innegabile la costante irriverenza che è il loro marchio di fabbrica, ma si mischia ai nuovi trip glam di Saul più, si sente alla fine, una morbosa discesa in suoni industrial che davvero, tutto mi sarei aspettato, anche un featuring hip hop, tranne questo. E la stessa atmosfera, rimane poi per tutto quest'album, indecifrabile, nuovo, senza tempo. Una sorpresa. Questi maledetti Fat White Family sono davvero inincasellabili. Ed è questa la cosa che più mi irrita in loro. Maledetti.

domenica 20 maggio 2018

Week 19-20/2018


  • 610 - Mcbaise (Windowsill, 2017) Non è che sia il rock a essere in crisi, è che i gusti, le mode e le classifiche sono imprevedibili, punto e basta. Aggiungiamoci poi che 1) non possono essere tutti campioni e 2) il pubblico, addetti ai lavori e artisti hanno scarsa memoria. C'è chi la chiama rielaborazione, chi rivelazione, chi ripescaggio, chi riprendere un discorso prematuramente (e ingiustamente) interrotto ma il fatto è che il revival, a me, in generale, non mi cala giù... poi ci sono i casi come questi, tizi che fanno un revival di qualcosa che non si riesce neanche a identificare bene (allora dev'essere un crossover di revival (e il crossover, a me, è l'unica cosa che non mi cala giù peggio del revival, allegria!)) e quindi mi capita di ascoltare album per settimane e settimane, con una piacevole sensazione di familiarità ma senza nessun sussulto, senza nessun ardore, e mi pare solo di perdere tempo. Allora perché lo faccio? Perché fra meno di due settimane c'è il TINALS di Nimes, e questi Mcbaise sono in cartellone. E non sia mai che perda l'occasione di starmene in mezzo a un pubblico di ventenni senza la mia faccia schifata tipica di chi non riesce a farsi andare giu il revival figuriamoci il crossover di revival...
  • Come togheter - DYGL (Say goodbye to memory Den, 2017) Ah, questi addirittura verranno al TINALS direttamente dal Giappone per proporre il loro revival o, se non proprio revival, il loro noiosissimo discorso musicale già trito e ritrito, sentito e risentito non da ieri ma diciamo pure da quasi quarant'anni. Anche loro in heavy rotazione ultimamente chez nous per lo stesso motivo di prima, schifarli in mezzo al pubblico smemorato del festival. Ma anche perché, sinceramente, a differenza dell'amico Mcbaise, tutto sommato sti giapponesi scrivono bene le loro canzonette...
  • Common people - Pulp (Different class, 1995) E adesso non fate gli stronzi, non fatevi imbrigliare dal mio broncio, dalle mie sparate, dalla storia, dai revival, dalle minchiate varie, dai giapponesi, dalle cover, dalle reprise, dall'etichette, dagli artisti, da tutto quello che vi viene in mente perché anche se fosse uscita oggi, questa canzone che invece è uscita ventitré anni fa, col cazzo che saprebbe di revival o di crossover o di crossover di revival. Saprebbe sempre e inesorabilmente di domani, forse addirittura di dopodomani. Ma al TINALS, loro no, loro non ci saranno a farmi strappare i capelli in mezzo a un pubblico imbronciato e perplesso. No, non ci saranno...

domenica 21 maggio 2017

Week 20/2017


  • Friends - Fazerdaze (Morningside, 2017) Il cinque maggio è uscito il primo album della mia - ehm - amica Fazerdaze. Il 12 era già disponibile presso Juno, uno dei miei spacciatori anglosassoni di fiducia. Il 17, mine de rien, era bello impacchettato (e in buona compagnia) nella mia cassetta delle lettere. Quindi, dopo dieci minuti appena, era già spacchettato e riverso sul piatto con me e Giulietta che saltellavamo come scolaretti eccitati. Che dire, bello, bellissimo, ci è parso proprio un gran bell'album pop. Pero', devo ammettere, mi colpisce non poco che, dai primi confusi ascolti, la canzone che più mi sia rimasta in testa sia questa Friends (che oggi vi propongo in recentissima versione live) la quale, più che un pezzo pop, pare un grunge da b-side, un Nada Surf da classifica. Allora mi chiedo: può essere che, magari, ho voglia di giocare a fare il pop lover, il ragazzino che va in giro con skateboard e poi si sdraia scanzonato sul prato a leggere Allais, ma in fondo sono e rimarrò sempre un marcio e frustrato amante del frastuono più atroce?
  • Slomo - Slowdive (Slowdive, 2017) Nella cassetta delle lettere, in buona compagnia, la fantastica Fazerdaze c'era davvero. Lo stesso cinque maggio usciva infatti anche il nuovo atteeeeeesssiiiisssimo album degli Slowdive, e quel diciassette di maggio dunque era anch'esso in attesa di essere da me spacchettato e con cura ascoltato. Quando venne il suo turno, al posto dell'entusiasmo e dell'eccitazione che avevano accompagnato l'ascolto esplorativo della dolce Amelia, c'erano adesso timore e preoccupazione. Come poteva mai suonare un album nuovo degli Slowdive dopo ventidue anni di attesa? Ecco una gamma di possibili risposte: patetico noioso borioso anacronistico scialbo confuso già sentito... invece, sorpresa, ecco come suonava: fresco completo brillante deciso pulito vivace vario e persino, si, persino, ipnotico. Vi beccate la versione live di Slomo, perché non riesco a trovarne una in studio caricata di straforo da qualche parte, ma il consiglio spassionato che vi do è: compratelo, sto cazzo di album nuovo degli Slowdive, compratelo. E poi seguiteli, questi cinque dei, ovunque si dirigano, qualunque cosa facciano.
  • I wanna be adored - Stone Roses (The Stone Roses, 1989) Ora, proprio il giorno dopo il ricevimento dei suddetti vinili (che erano entrambi in ottima compagnia, ma ne riparleremo la settimana prossima), ero in macchina rivolto verso il lavoro e riascoltavo, godendo sfacciatamente, il suddetto nuovo lavoro degli Slowdive. Ad un certo punto, appena superata la rotonda dell'autostrada, li dove una volta mi fermo' la polizia e li dove una volta depositai quella ragazzina che mi aveva sfacciatamente chiesto un passaggio e con la quale avevamo parlato di King Krule, qualche cosa, in qualche brano del disco, in un qualche momento, mi ha fatto scattare quello che qui chiamano declic, e mi è partita in loop, per tutta la giornata, per tutto il resto della settimana direi, questa canzone dei miei odiati Stone Roses. Odiati, certamente come si odia ciò non si conosce, ma con grande bravura e carisma. E io, il titolo di questa canzone, prima o poi me lo faccio stampare sulla fronte.

giovedì 14 luglio 2016

Week 19 - 20 - 21 - 22 - 23 - 24 - 25 - 26 - 27 /16

Dubito che qualcuno, a parte mio cugino, forse Francesca e Giulietta e il mio smisurato ego possa aver sentito la mancanza di questo blog, anzi è addirittura improbabile che qualcuno, a parte mio cugino, forse Francesca e Giulietta e il mio smisurato ego possa essersi accorto dell'assenza per ben dieci settimane del regolare post e delle sue tre canzoni. 
Lo capiamo.
Ma nel caso a qualcuno, che non sia mio cugino, Francesca e Giulietta e il mio smisurato ego possa interessare perchè questo blog sia stato inattivo per questo tempo, sappiate che ci si è strafottuto il computer. E ci rompeva il cazzo usarne un altro. Ora, non che il computer sia stato sostituito o riparato, ma era giusto far sapere a quel qualcuno interessato cosa cavolo stesse succedendo. 
Io e mio cugino torneremo presto, promesso, anche se non vi promettiamo novità o stravolgimenti: sarà sempre il solito e noioso sproloquio di un ego smisurato (il mio) e di un orso barbone e misantropo (mio cugino).

A presto!

Mio cugino & io.

sabato 16 maggio 2015

Week 20/15


  • Corinne - Metronomy (The english riviera, 2011) Quella dei Metronomy è musica perfetta per essere ascoltata al bar, al pub, al club, in spiaggia, in piscina, in ascensore, perfino in autobus, ok, ma non per essere ascoltata a casa mia e, per dio, di sicuro neanche all'Ypsigropck!
  • Deep water - Public Image Limited (Commercial zone, 1984) Stare appresso alla discografia dei PIL si sta rivelando tanto divertente quanto illogico: sono sicuro che avete già tutti sentito parlare di singoli fantasma, album pubblicizzati ma mai realizzati, versioni di canzoni naked, live, demo e alternative rispetto a ciò che poi è finito sugli album. Ma ditemelo, e siate sinceri, avete mai sentito parlare di un album la cui versione alternative è uscita prima della versione ufficiale? Avete mai sentito di due musicisti che litigano e ognuno si stampa la versione che preferisce delle canzoni facendo di fatto due album diversi, a distanza di pochi mesi, con le stesse o quasi medesime canzoni? Ve l'ho detto io, tanto divertente quanto completamente, fantasticamente, artisticamente illogico...
  • When I was merried to you - Black Eyed Dog (Too many late nights, 2012) Non basterebbero mille parole, mille emoticon, mille gesti per farvi capire quanto mi disgusta quest'album dei BED. E dire che erano fra i miei prefeiti! E dire che qui ci suona anche la mia eroina Anna Balestrieri! Ma è tutto troppo già sentito dalle parti di Hugo Race, troppo nero intelletuale dalle parti di Cesare Basile, troppo country-western dalle parti di qualcun altro! Non significa che abbia smesso di amarli, ma non basterebbero mille ascolti per riabilitare quest'album. Ragion per cui faccio finta di niente, mi metto bello comodo, e aspetto che qualcuno porti da queste parti il nuovo che, mi dicono, è fresco fresco di stampa. Su, a buon intenditore poche parole!

domenica 18 maggio 2014

Week 20/14


  • Columbia - Oasis (Definitely maybe, 1994) Questa canzone non è male, davvero, ma certo non brilla per originalità o personalità. Eppure sembrerebbe che, lei da sola, nel lontano 1994, riuscì a trascinare l'album da cui era estratta fino a vendere più di 2 milioni di copie in pochi mesi, rendendolo così l'album d'esordio di una band inglese più venduto nel minor tempo di sempre (ma che cazzo vuol dire?). Ad oggi, ha superato le 10 milioni di copie. Inoltre, sembrerebbe che, di conseguenza a queste vendite inaspettate quanto inappropriate, fu proprio Definitely Maybe a tappare l'enorme buco lasciato dai My Bloody Valentine nelle finanze della Creation a causa delle registrazioni infinite del loro Loveless del 1991. E ad essere sinceri, ora che ci penso, questo è l'unico motivo per cui questa canzone sciatta e già sentita compare oggi in queste pagine.
  • What else could they do - Popstrangers (Antipodes, 2013) Anche questa canzone non è che sia proprio originale, però è piena zeppa di personalità, dall'inizio alla fine. Inoltre, l'album da cui è estratta, non ha venduto milioni di copie, e di conseguenza non ha offeso il buon gusto di nessuno (nella fattispecie, me!). Motivo per cui la sua presenza su queste pagine, oggi, è più che giustificata e ben accetta!
  • E' solo febbre - Afterhours (I milanesi ammazzano al sabato, 2008) E mentre tutti cominciano a spalmarsi nudi sulle spiagge, a tenere addosso gli occhiali da sole fino a tardi e a sorseggiare Martini on the rocks facendo finta che l'orario di cena non debba arrivare mai e che la vita sia solo un lungo lungo lungo aperitivo sospeso nel tempo... io sto a casa con la febbre a scrivere triplette del cazzo, sperando che non spari troppe cazzate! A maggio, la febbre! Ma che cazzo...

martedì 14 maggio 2013

Week 20/13


  • I heard you looking - Yo la tengo (Painful, 1993) Cos'hanno in comune My Bloody Valentine, Uzeda, Sonic Youth e Yo la tengo? Tre cose: la prima, è che fanno sgrusciu. La seconda, è che in formazione hanno almeno una donna. La terza, è che hanno una classe immensa. La conclusione? Beh, è ovvia: per fare sgrusciu con classe ci voglione le donne. E se non credete alle mie scialbe parole da paraculo, date almeno fiducia alle vostre orecchie. Ascoltate questa cavalcata elettrica, magnifica si per la chitarra nervosa di Ira Kaplan ma mantenuta in perfetta grazia pop dalla batteria sontuosa di Georgia Hubley. Ascoltatela, e poi fatemi sapere.
  • Science Friction - XTC (White music, 1978) Avevo una cassetta, e questa cassetta era registrata dalla radio. Ovviamente, manco a dirlo, dalle preziose bobine di Radio Delfino, bon'anima. Questa cassetta da quarantasei minuti era piena di canzoni e, manco a dirlo neanche questa volta, nessun titolo. Fra le canzoni c'era anche questa ubriaca sciocchezzuola di poco più di tre minuti piena di balbettii, cori sixties e, soprattutto, quella sbilenca tastiera pre-post punk sostenuta da uno stupidissimo battimani troppo, troppo naif! Mi ci sono voluti quasi vent'anni prima di scoprire di cosa si trattasse. Poi è arrivata quella benedizione di SoundHound e finalmente ho potuto pagare il mio obolo agli XTC: 8 euro per una ristampa in cd (che non ho mai ascoltato) e un titolo da poter finalmente scrivere sul dorso di quella meravigliosa cassetta da quarantasei minuti!
  • Didn't we deserve a look at you the way you really are - Shellac (Terraform - 1998) Questa dovete ascoltarla tutta per capire fino in fondo che porcheria siano gli Shellac. Alla fine, l'unica cosa che vi rimarrà, sarà il desiderio di uccidere Steve Albini e il suo fottuto trio di musicisti minimalisti. Dodici minuti e passa di niente, di noia totale, dodici minuti aspettando che succeda qualcosa e poi, quando ogni tanto succede, era meglio che non succedesse proprio nulla! Secondo me erano tutti ubriachi e, fra una vomitata e l'altra, ogni tanto si ricordavano di suonare qualcosa su quell'obbrobbrioso giro di basso che Weston si ostinava a prolungare all'infinito, probabilmente pensando che... Dio, chissà cosa pensava! Ora, con una canzone così brutta, con un titolo già così irritante, chissà com'è il resto dell'album, considerando che ovviamente i tre geni l'hanno piazzata proprio come prima traccia. Beh, io non lo so, perchè non sono mai riuscito a procedere nell'ascolto, visto che, dopo questi interminabili dodici minuti, sono sempre dovuto correre in bagno a vomitare...