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domenica 17 novembre 2019

Week 46/2019

  • Prefab Castle - Girl Band (The talkies, 2019) Forse non sono stato molto chiaro, per cui cercherò di spiegarmi meglio. L'altro giorno con Pandabell incappo in un cantiere, la cui coda di attesa è lunga, parecchio lunga. C'è un semaforo che alterna il vai e vieni per cui si sta cinque minuti fermi immobili e poi si cammina per trenta secondi. Si sta immobili per cinque minuti e poi si cammina per trenta secondi. Io penso, poco male, c'ho Girl Band da ascoltare per bene. Che me ne frega. E così skippo all'album dei miei beneamini, alzo il volume adeguatamente, e schiaccio play. Poi, quello che è successo, non è chiaro neanche a me. So solo che quei quaranta minuti di coda che ho fatto sono passati troppo velocemente, e troppo bene. Ne avrei fatti altri quaranta. E questo va bene, ci può stare, tutto per non andare al lavoro. Ma il punto è che quando questa tentacolare Prefab Castle ha cominciato a svilupparsi, a insinuarsi!, lungo tutta la sua durata, avviluppandomi e violentandomi il cervello, io ho avuto come un'illuminazione, facile, d'accordo, essendo solo una conferma a sospetti già noti: Girl Band, lo testimonia quest'album, lo testimonia questo brano!, è il più grande gruppo d'avanguardia noise mai esistito. Ha superato tutti. Compresi My Bloody Valentine e Sonic Youth. E questo è quanto. Spero ora sia chiaro.
  • UFOF - Big Thief (UFOF, 2019) Zzzz... che volete... zzzz... ogni tanto ancora zzzz ci casco... zzz...
  • Speaker's corner - Uzeda (Quocumque jeceris stabit, 2019) Per fortuna, poi, ci sono loro a tirarmi fuori dai guai. Tredici anni per uscire fuori un album ma alla fine, è sempre una botta.  Sembrano sempre uguali ma basta ascoltare questo brano per capire che sono legegrmente diversi. Meno nervosi, più ragionati, quasi quasi melodici. E sempre magnifici. Che dire? Merci!

domenica 18 novembre 2018

Week 46/2018


  • Second song - TV on the Radio (Nine types of light, 2011) Nonostante tutto, ho sempre la cazzo d'impressione che io stesso sia il primo a sottovalutarli.
  • Trimm Trabb - Blur (13, 1998) Mi ci sono ritrovato con questa canzone nel parcheggio del lavoro, qualche uggioso giorno fa, senza nessuna voglia di uscire da quella zona di confort. Sapevo che non potevo restare ficcato al posto di guida di Pandabell per il resto della giornata, ma la forza di scendere, mettere il cappotto, lo zaino, modificarmi i lineamenti fino a raggiungere l'espressione impiegato modello, no, era troppo troppo difficile. Allora ho messo il repeat e mi sono detto appena finisce Trimm Trabb vado. Appena finisce Trimm Trabb vado. Appena finisce Trimm Trabb vado. Appena finisce Trimm Trabb vado. Appena finisce Trimm Trabb vado...
  • Realize my fate - Cloud Nothing (Life without sound, 2017) Mi aveva un po' tratto in inganno questo brano dei Cloud Nothing su cui mi ero imbattuto qualche mese fa e attorno al quale avevo fatto girare le mie speranze di aver trovato, era ora, dei buoni rumoristi. Beh, dei buoni rumoristi lo sono, è evidente, ma a livello di album resta una caratteristica poco approfondita, poco incisiva. Non è male come lavoro, ma a parte qualche brano come questo, il resto è tutto un po' power college rock con un'irritante voce canterina post adolescenziale. Li seguirò, perché sto pezzo è troppo bello per non darmi speranze, ma al momento direi che no, non è ciò che un lesterbanghiano come me cerca ovunque e in ogni momento. Amen.

domenica 26 novembre 2017

Week 46-47/2017 - prima o poi questo blog dovrò pur farlo fuori...

  • Beautyproof - Madrugada (Industrial silence, 1999) Qualche anno fa, su consiglio del buon Ciccio Venti, feci l'incontro con questi Norvegesi Madrugada e il loro eccezionale, davvero, eccezionale secondo album The Nightly Desease del 2000. Lo amai così tanto che poi ebbi un blocco e, pur avendo cercato e trovato i loro altri album, non riuscii mai a decidermi di ascoltarli. Questo coraggio, chissà perché, l'ho trovato in questi freddi giorni di fine novembre. Così ho caricato su iTunes e sulla chiavetta che uso in macchina il loro album d'esordio, Industrial silence del 1999, e me lo sto godendo in lungo e in largo. Beh, stranissimo... come non succede spesso, ascoltandolo sembra la copia insicura di quello che sarebbe arrivato l'anno successivo. Come se i Madrugada stessero facendo gli esercizi, come se stessero prendendo le misure e cercando di aggiustare il tiro. E questo, signori miei, significa solo una cosa: avere una cazzo di visione artistica e perseguirla. Per questo adorerò per sempre questi magnifici e glaciali Madrugada. Perché avevano un vero e proprio progetto. Per questo, ma anche perché sono depressivi quasi quanto i Cure, è ovvio...
  • Marseille, bouche de viellie - Leda Atomica (Bizarre, 1990) Da quando sono caduto in amore con Marsiglia uno dei compiti che mi sono prefissato, oltre a conoscerne ogni anfratto e ogni euro di storia, è di scoprirne il rock più o meno sotterraneo in modo da creare un asse Provenza - Sicilia su cui fare leva per proclamare la prima repubblica del rock (va beh, questa me la potevo risparmiare). Uno dei progetti più fuori di testa in cui mi sia imbattuto finora è questo Leda Atomica, dalla ragione sociale daliana, il cui leader, Phil Spectrum, è morto proprio qualche mese fa. Non ci capisco un cazzo dei testi e la musica non è che sia invecchiata benissimo, però... come dire?, si fanno ascoltare e si fanno capire. E si fanno amare. Insomma, come al solito, vi terrò informati.
  • Pot kettle back - Wilco (Yankee Hotel Foxtrot, 2002) Questo cd l'ho avuto in omaggio, insieme a una cinquantina di altri, dal Comité d'entreprise, grazie a un fantastico quanto provvidenziale svuota-tutto-per-far-post-ad-altro. Ecco, secondo la critica questo disco, che dei Wilco è il quarto lavoro, è uno degli album più belli di sempre, addirittura fra i primi venti in tutte le classifiche degli addetti ai lavori. A me, non dice proprio niente. A me, mi pare proprio una cagata. Lo ascolto solo perché è soft e non disturba troppo le orecchie di Giulietta. Insomma, lo considero come musica da salotto. E forse sarà per questo, che io, non sono e non sarò mai un addetto ai lavori?

domenica 20 novembre 2016

Week 46/16


  • Everybody knew - Andre Williams (Silky, 1997) Chissà perché, nel momento esatto in cui sono arrivato al centro oggi pomeriggio e ho visto tutto il cours Mirabeau intasato di giostre di natale, bancarelle di natale, dolci di natale, decorazioni di natale, canzoni di natale, espressioni facciali di natale, mi è venuta in mente questa canzone. Era tutto cosi perfetto, cosi ameno, cosi' armonioso in quel quadro natalizio che ho pensato che per forza doveva esserci qualcosa che tutti sapevano, tutti, tranne me.
  • Look back in anger - David Bowie (Lodger, 1979) Proprio stamattina stavo per archiviare Lodger di Bowie, in ascolto da qualche mese ormai, sempre con piacere ma sempre senza troppi sussulti, quando all'improvviso mi è saltata davvero all'orecchio questa canzone, che mi è risultata essere un buon equilibrio fra ciò che più mi piace in Bowie, ossia il lato rebel rock, e ciò che più lui tratta in questo e altri album, ossia un aspetto un po' World, un po modaiolo, fra l'altro sempre con un po di ritardo, del pop rock. Da qui, due domande sono sorte: la prima, quante volte è giusto ascoltare un album, prima di archiviarlo con una alzata di spalle che ne decreta la mediocrità o per lo meno la non affinità con i nostri gusti? Seconda domanda: ma si può già parlare male di Bowie o dobbiamo aspettare per lo meno il primo anniversario della morte?
  • Bunker busted - Viet Cong (Viet Cong, 2014) Se fosse per la loro musica, un misto di Arcade Fire, Cure, Interpol e TV on the Radio, probabilmente i Viet Cong sarebbero solo un ennesimo buon gruppo in circolazione da un paio di anni. Invece hanno avuto la fortuna di essere vittime di un clamoroso boicottaggio ai festival di mezzo mondo a causa della loro Ragione Sociale. Nelle ultime settimane ho letto interviste, comunicati, commenti e articoli sulla questione ma giuro di non averci capito niente. Boh, ancora non so perché il nome Viet Cong risulti sconveniente o offensivo, ma so che ora il gruppo si chiama Preoccupations, che tutta questa storia  gli ha comunque procurato parecchia pubblicità, che a me non dispiace per niente e che ieri sera, porca troia, ha diviso il palco con i miei Girl Band a Parigi mentre io, come un deficiente, ero ficcato a casa   a perdere tempo con David Bowie.

venerdì 13 novembre 2015

Week 46/15


  • Extreme wealth and casual cruelty - Unknown Mortal Orchestra (Multi-Love, 2015) Quest'album è eccezionale, non c'è che dire. Ben pensato, ben scritto, ben suonato e ben prodotto. Eppure, è di una noia mortale. Non c'è un briciolo di originalità, in questo frullato di stili. Non c'è stupore, non c'è grinta, non c'è la minima intenzione di spostare la linea un pò più in la. C'è solo, appunto, il più confortevole giocare con garbo con ciò che è già collaudato.
  • Gently - Coral (The curse of love, 2014) La lampante prova sonora che, con l'abbandono di Bill Ryder-Jones, i Coral, ahime, hanno si, eccome, hanno proprio perso qualcosa...
  • Neuland - Vintage Cucumber (Neuland, 2014) Questi invece si che provano a spostare la linea più in là, eccome. Terreno pericoloso, quello della psichedelia, dove tutto sembra essere concesso ma dove tutto in realtà è giudicato sotto rigidi paradigmi conservatori, quelli dettati dai cosidetti capolavori la cui maggior parte, ormai, ha più di quarantanni. Eppure, al di fuori delle mode e dei continui ritorni di fiamma neo-psichedelici a cadenza decennale o poco più, ecco uno di quei gruppi che, come milioni d'altri, ha lavorato in silenzio, producendo e scrivendo e prendendo droghe e suonando. Non saranno i prossimi Tame Impala, di sicuro e grazie a dio!, ma loro la linea provano a spostarla eccome, e anche se il terreno è indubbiamente quello della psichedelia più classica con sfaccettature kraut, gli angoli in cui si addentrano e soffermano, come dimostra questa semplice canzone, sono indubbiamente del tutto nuovi.

domenica 16 novembre 2014

Week 46/14 - una tripletta se mi devo fare tre ore di macchina e mi ritrovo solo con vecchi cd


  • Radio Varsavia - Franco Battiato (L'arca di Noè, 1982) E' un quadro dipinto a parole, di cui mi sfugge il significato generale, ma di cui amo ogni singola scena: i volontari laici che scendono le scale in pigiama, i cittadini attoniti che fingono di non capire niente, i commercianti punici che arrivano in Abissinia, l'orgoglio delle fantastiche operaie cinesi e le biciclette di Shangai, e quel ultimo appello di radio Varsavia, chissà perchè da dimenticare. C'era un tempo in cui Battiato mi emozionava molto, anche se spesso non capivo assolutamente ciò di cui parlava. 
  • Le verità che ricordavo - Afterhours ((non è per sempre), 1999) Invece, i testi di Manuel Agnelli, capisco sempre di cosa parlano: parlano di me! Non so come sia possibile, magari delle cimici in casa, o forse qualche amico in comune con la lingua troppo lunga, ma è così. Sentite qui: il sole sale sopra il continente del male sopra il quale sto crescendo, migliorando e dove fingo di non essermene accorto che non sto vivendo, sono morto. Ora, senza dovervi spiegare tutto, che non siete mica scemi e ci arrivate da soli, non è chiaro che stia parlando proprio di me?
  • Albascura - Subsonica (Amorematico, 2002) Canzone notturna, ma anche canzone da pogo sotto il palco, da volume a manetta, canzone da corsa sul lungo mare in ottobre, canzone di rabbia, canzone di frustrazione, ma anche canzone da macchina. Affornti le curve durante le strofe, e poi aspetti il ritornello e il rettilineo, per poter accelerare, accelerare, accelerare, e lasciare andare tutto il tuo dolore contro questo muro.

venerdì 15 novembre 2013

Week 46/13

  • When you sleep - Shonen Knife (Yellow Loveless, 2013) Deve necessariamente esserci un filo conduttore fra i My Bloody Valentine e il paese del sol levante, oltre Sofia Coppola e il suo Lost in Translation ovviamente, altrimenti non si spiegherebbe come mai, un pugno di illustri musicisti giapponesi, provenienti per lo più dall'area noise-shoegaze, abbia deciso di omaggiare il favoloso Loveless replicandone, ognuno a modo proprio, l'intera scaletta. Ok, non è che l'operazione in se sia del tutto esaltante - un album tributo è quasi sempre una vera e propria cacata - ma ascoltare con un sorriso sulle labbra questa fumettistica cover di When you sleep mi ha fatto chiedere davvero: ma non è che forse è meglio dell'originale? E mi ha fatto rispondere: no, col cazzo, ovviamente no che non lo è. Ma è troppo forte!
  • We're sinking - Mark Sultan aka BBQ (The Sultanic Verses, 2007) Paffuto e sudaticcio nel suo sari viola, Mark Sultan se ne stava da solo in un angolo, ingobbito su chissà quali malinconici pensieri. Aveva appena finito di intrattenerci cantando, suonando la sua chitarra consunta, pestando la minuscola batteria, ma sembrava già un'altra persona rispetto a prima. Se ne stava li da solo, a bere birra e a guardarsi i piedi, quando senza volerlo sono inciampato sulla sua solitudine. O forse lui è inciampato nella mia. Non so chi dei due si è avvicinato per primo, ma fatto sta che neanche ci siamo stretti la mano che lui aveva già la penna sulla locandina che gli avevo allungato, e disegnava cornicchi, cicatrici e occhiali proprio sulla sua stessa sorprendente faccia. Come si fa sui santini delle elezioni... poi ha scarabocchiato un GRAZI! da una parte e un MARK S. dall'altra, un cuore, un pac-man e un aeroplanino di carta in mezzo, mi ha restituito la locandina e mi ha fatto un inchino. Mi ha chiesto se poteva tenersi la penna e io gli ho detto di si. Sono tornato a casa, mi sono sdraiato sul divano,  e ho ripensato al malinconico Mark. Che cazzo, mi sono detto poi, allora anche i musicisti garage possono essere malinconici... 
  • Swallowtail - Lemon's chair (I hate? I hope?, 2010) E' stato ascoltando questi Lemon's chair che ho capito qual è il legame fra i My Bloody Valentine e il Giappone, ed è così semplice che quasi mi vergogno a spiegarlo. Il fatto è che la musica di Kevin Shields e soci mette assieme rumore industriale e melodie dream, creando un suono palpabile ma sospeso a mezz'aria, e il Giappone che conosciamo noi mette assieme frenesia sociale e la quiete antica di una cultura che molto coltiva l'anima, creando un mondo concreto ma sospeso nella innervsion. In Giappone, insomma, il terreno era fertile perchè le radici dello shoegaze potessero attecchire solidamente, nonostante le origini europee. Un pò come il blues in America, il walzer in Austria e la tarantella in Sicilia...