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sabato 22 giugno 2019

Week 23-24-25/2019


  • Shoulderblades - Girl Band (The talkies, 2019) Allora, la novità veramente esaltante di queste tre settimane di assenza è l'uscita del primo singolo e del primo video estratti dal secondo album dei Girl Band, previsto per settembre. La prima cosa stramba è che questo video è stato diffuso in diretta su youTube, come se fosse un appuntamento televisivo, con tanto di pubblicità preventiva e countdown al momento giusto. La seconda cosa stramba è che il vinile mi è arrivato a casa qualche giorno fa e, se nel lato A è presenta in effetti la canzone, nella stessa versione identica del video, nel lato B non c'è niente se non un disegno in rilievo. Infine, la terza cosa stramba, è che se ascoltate con attenzione questo Shoulderblades su qualche piattaforma di streaming dite si, ok, niente male, aspettiamo il resto, ma se calate la puntina sul vinile, alzate il volume del vostro impianto a livello decente e spegnete le luci, sentite cose pazzesche che prima vi erano sfuggite. Fra queste, per esempio, il solito doloroso basso di quel pazzo di Daniel e la voce ancora più graffiante e disperata di Dara. Attesa, dolce attesa...
  • Bleak - Froth (Bleak, 2016) C'è una cosa magnifica dei Froth, ed è che la qualità degli album è superiore alla somma delle singole canzoni in essi contenute. In questo Bleak, per esempio, ci sono nove canzoni più o meno stupende, ma finora nessuna di esse mi è rimasta particolarmente ficcata nel cervello. Ficcato nel cervello, par contre, mi è rimasto invece il mood dell'album, il clima che pervade tutto il lavoro dall'inizio alla fine e che a ogni ascolto mi immerge in un'immersione totale di rara intensità. Insomma, è più o meno facile fare un'hit, lo sappiamo, ma trovatemeli voi dei lavori compatti ed esaurienti come quelli dei Froth. Beh, degli ultimi vent'anni, ovviamente, prima non conta...
  • Lampoon - Shame (Songs of praise, 2018) Allora, gli entusiasmi si accesero per gli Shame l'anno scorso quando Alessia, da sempre spacciatrice di ottimi consigli, mi aveva proclamato il suo amore per 'sti londinesi Shame. L'amore fu contagioso e così, disperato per essermi perso due tappe live in realtà facilmente accessibili, misi l'album in playlist su Spotify, poi addirittura ordinai il CD al C.E. della mia azienda e infine diligentemente lo dimenticai. Un giorno però, l'album arrivò al suddetto C.E. e così lo presi, lo masterizzai, e lo rimisi nuovamente in playlist, per dimenticarlo dopo qualche giorno aberrato da altri ascolti. Finalmente però, arriva il suo giorno! L'album viene messo definitivamente in playlist e comincia a essere goduto. Beh, i primi ascolti sono quasi fulminanti, idee originali, suoni nervosi ma pop, insomma giubilo. Poi, però, ecco, subentra la noia. Le idee cominciano a non sembrare più così originali, i suoni sono sentiti risentiti e ririsentiti. Insomma, ecco, diciamo che l'album non è ancora uscito dalla playlist ma, come spesso accade, sulla lunga distanza è stato un po' sopraffatto da album più solidi come appunto quello dei Froth. Insomma, come dire, la scuola Fall, Undertones, New York Dolls va bene, ma poi i maestri bisogna superarli, sennò che bisogno c`è? Vedete Girl Band?

venerdì 22 giugno 2018

Week 24-25/2018

  • Le futur N°4 - Rita Mitsuko (Rita Mitsuko, 1984) Ultimamente sono così depresso e così annoiato (ma soprattutto annoiato) che per trovare qualcosa di interessante devo rivolgermi al passato. Guardo vecchi film, spolvero vecchie foto e ascolto vecchie canzoni. In tutti i casi, i limiti tecnologici stabiliscono l'epoca. E in tutti i casi, la distanza del tempo stabilisce il grado di felicità.
  • In caustic light - Shannon Wright (In film sound, 2013) Qui si sta a metà strada fra ciò che amo e ciò che odio, ossia il rumore più atroce e il rumore più banale, ossia il noise rock e il grunge, o anche il noise rock e il match rock. Avevo adocchiato quest'album già un po' di tempo fa, ma non riuscendo a procurarmelo era finito - anch'esso - nell'attendoio di Spotify. L'ho ripescato  qualche giorno fa e ammetto che mi ci sono approcciato un po' titubante, proprio per quella sensazione di mezzo che avevo provato a un primo timido ascolto (e che ricorda ciò che era già successo con i Drive Blind) ma mi sa che mi sbagliavo. Dopo diversi ascolti posso dire che il compromesso fra rumore atroce e tradizione cantautoriale è micidiale. In film sound risulta un gran bell'album di cui questa In caustic light riassume bene lo spirito: rumoroso, pacato, sinuoso, insinuante, notturno e sufficientemente outsider per durare nel tempo senza sbiadire. Il vinile pare introvabile, ma il cd lo inseguirò ancora finché non troverà il suo posto nella mia patetica collezione. Nel frattempo, scusate se vi sembro un po' moscio, ma ve ne consiglio  l'ascolto.
  • NY excuse - Soulwax (Any minute now, 2004) Anche NY excuse, come la sopracitata In caustic light, rappresenta perfettamente l'album da cui è tratta, in questo caso Any minute now dei Soulwax, che ormai ascolto da mesi non proprio in heavy rotation ma con una certa curiosità. E finalmente, concentrandomi su questa canzone, ho scoperto cosa c'è che non va nei Soulwax: su zauddi, non ci ponu fari nente. Su proprio zauddi.

martedì 20 giugno 2017

Week 24/17

  • Queen - Perfume Genius (Too bright, 2014) Il ritardo con cui mi trovo a scrivere la tripletta della week 24 è dovuta a due fattori. Il primo, è che ho costantemente a che fare con due donne impazzite, un clima impazzito, una serie di capi impazziti e un cugino che non perde occasione per umiliarmi e provarmi. Il secondo motivo, è che ultimamente sono cosi arido di ascolti che metto su sempre le stesse cose: Slowdive, Fazerdaze, Lydia Lunch. E perché, vi chiederete, ultimamente sono cosi arido di ascolti? Beh, fondamentalmente per due ragioni. La prima, è che ho costantemente a che fare con due donne impazzite, un clima impazzito, una serie di capi impazziti e un cugino che non perde occasione per umiliarmi e provarmi. La seconda, è che la cosa più eccitante che abbia trovato ultimamente è questo banalissimo Perfume Genius. Buona noia!
  • Forever - Iceage (Plowing into the field of love, 2014) Neanche l'incontro con questo tizio più affine ai miei gusti musicali di merda, come direbbe mio cugino, mi ha esaltato tanto da spingermi a scrivere in tempo la tripletta della scorsa settimana. E va bene, country n' roll post punk con il poster di Nick Cave attaccato alla parete. E allora? Niente. E pensare che con questo caldo boia il nome Iceage dovrebbe eccitarmi eccome...
  • Letter of intent - Ducktails (The flower lane, 2013) Il fondo della noia durante questi ultimi tempi è nella musica e nel nome di questi tizi di cui mi rifiuto di saperne di più, tanto sono noiosi. Ancora di più, sono cosi noiosi che non alzo neanche il volume quando parte il video di questa canzone. Ancora di più, mi annoiano cosi tanto che in compenso avere costantemente a che fare con due donne impazzite, un clima impazzito, una serie di capi impazziti e un cugino che non perde occasione per umiliarmi e provarmi è in confronto una delle cose più eccitanti che mi siano mai successe.

giovedì 14 luglio 2016

Week 19 - 20 - 21 - 22 - 23 - 24 - 25 - 26 - 27 /16

Dubito che qualcuno, a parte mio cugino, forse Francesca e Giulietta e il mio smisurato ego possa aver sentito la mancanza di questo blog, anzi è addirittura improbabile che qualcuno, a parte mio cugino, forse Francesca e Giulietta e il mio smisurato ego possa essersi accorto dell'assenza per ben dieci settimane del regolare post e delle sue tre canzoni. 
Lo capiamo.
Ma nel caso a qualcuno, che non sia mio cugino, Francesca e Giulietta e il mio smisurato ego possa interessare perchè questo blog sia stato inattivo per questo tempo, sappiate che ci si è strafottuto il computer. E ci rompeva il cazzo usarne un altro. Ora, non che il computer sia stato sostituito o riparato, ma era giusto far sapere a quel qualcuno interessato cosa cavolo stesse succedendo. 
Io e mio cugino torneremo presto, promesso, anche se non vi promettiamo novità o stravolgimenti: sarà sempre il solito e noioso sproloquio di un ego smisurato (il mio) e di un orso barbone e misantropo (mio cugino).

A presto!

Mio cugino & io.

sabato 13 giugno 2015

Week 23-24/2015 - tre canzoni per quindici giorni, ovvero nuovi acquisti per vecchie conoscenze


  • When the sun hits - Slowdive (Slouvaki, 1993) La parola seminale mi ha sempre fatto ridere troppo, anche se ha un bel significato, anche se per un anno ho avuto un programma alla radio di, come diceva il capo, ristampe appunto seminali (sarebbe stato più corretto dire di ristampe di album seminali, ma fa niente). La parola seminale mi ha sempre fatto ridere troppo eppure, quando sento canzoni come When the sun hits degli Slowdive, non riesco a pensarne altra. Una canzone datata 1993 dentro la quale si possono sentire suoni, soluzioni, idee del 1994, 1995, 1996, 1997, 1998, 1999, 2000, 2001, 2002, 2003, 2004, 2005, 2006, 2007, 2008, 2009, 2010, 2011, 2012, 2013, 2014, 2015, 2016, 2017... chiaro il concetto di seminale, no?
  • In bloom - Nirvana (Nevermind, 1991) Io e il mio complesso con i Nirvana, ci bastasse una chiacchierata con lo psicologo. Niente ci hanno potuto e capito neanche il buon Antonio Vetrano e il cattivo Adriano Patti. E' un mistero, un vero e proprio complesso. Li snobbo, li sparlo, li scredito, ma poi puntualmente ci torno: li compro, li recensisco e capita, vi giuro capita, che mi svegli la mattina con un bisogno fisico di riascoltarli. Come è successo proprio stamattina con In bloom che, dei Nirvana, è forse la mia canzone preferita. Love?

domenica 15 giugno 2014

Week 24/14 - una tripletta casuale secondo i gusti di iTunes...


  • Arabian sand - Coral (The invisible invasion, 2005) Sembra un'altra citazione di Albert Camus, il testo di questa Arabian sand, ma non credo che lo sia. Eppure, una citazione all'interno di questa canzone, l'ho comunque colta. Eccome se l'ho colta: nascosto nella coda, improvviso, lo stesso identico vortice chitarristico che impreziosisce, a metà circa, Last of the steam-powered trains dei Kinks. Citare, cari miei, velatamente, educatamente, rispettosamente citare. 
  • Cristiana - Marta sui Tubi (Carne con gli occhi, 2011) Questa canzone mi piace per svariati motivi, il più speciale dei quali, è che piace tanto a Francesca. E anche se non le ho mai scritto certe cose per cantargliele all'orecchio, sono stato io ad aver trovato la strofa per il suo meraviglioso ritornello.
  • Tremarella - Persiana Jones (Puerto Hurraco, 1999) Nel giugno del 1999 avevo già percorso in lungo e in largo la strada psichedelica, compresa di una fantastica deviazione garagistica qualche anno prima, e ormai, un pò annoiato, stavo per imboccare quella che, seppur non del tutto convinto, mi sembrava la logica nuova strada da esplorare: quella del rock progressivo. Appena un attimo prima di inguiaiarmi nel più noioso genere musicale mai partorito da mente umana comprando un album dei King Crimson, un certo Giuseppe V., speaker di radio Delfino, decise di trasmettere nell'etere Tremarella, il nuovo singolo dei Persiana Jones. Guarda caso, io, quel giorno, quel pomeriggio, avevo la radio accesa proprio sui 90.4 FM. Ebbene si, me ne innamorai subito. Inutile dire che non diventai esattamente un fan sfegatato della band torinese né dello ska-punk in generale, ma, all'improvviso, capii qual era la strada giusta da seguire nelle mie espolrazioni sonore. Non tanto, è ovvio ormai, quella progressiva verso cui stavo inesorabilmente andando, ma quella garagistica a cui mi ero già affacciato per un attimo tempo prima, che mi aveva anche entusiasmato, ma che avevo dovuto abbandonare troppo presto per tornare e completare quella maestra psichedelica. E' stata Tremarella dunque, in un pomeriggio estivo, a farmi dono di quell'attitudine che da quel momento in poi avrei sempre cercato in qualsiasi cosa: musica, cinema, libri, amicizia, lavoro. L'attitudine punk. L'energia punk. La leggerezza punk. Grazie!

giovedì 13 giugno 2013

Week 24/13 - una tripletta nostalgica

  • 1979 - Smashing Pumpkins (Mellon Collie and the infinite sadness, 1995) Di questa canzone mi piace lo scricchiolio elettronico che si sente all'inizio, che si ripresenta un attimo prima l'ultima strofa e che poi conclude tutto, trascinandomi ormai stordito fuori da ogni emozione. Di questa canzone mi piace il ritmo secco della batteria sotto il basso, un basso così rotondo e morbido che quasi viene voglia di mangiarlo. Mi piace la chitarra che si gonfia di orgoglio un attimo prima l'intrusione di quella tastiera che ha il compito fondamentale di malinconizzare e profumare i ritornelli. Mi piace la voce rauca e acuta di Billy Corgan, le parole che gli escono di bocca (junebug, shakedown, zipper blues) e il sorriso da iena pelata che sfodera nel video. Mi piace il titolo, mi piace la posizione che ha nell'abum e mi piace ascoltarla a tutto volume, anche due tre volte di seguito. Mi piace linkarla, shararla, segnalarla, consigliarla, zipparla, copiarla e scambiarla ma cazzo, ormai è evidente, non mi piace parlarne. Perchè questa canzone è così immensa ed esaustiva che a parlarne si possono dire solo profonde banalità. Quindi basta.
  • Just like honey - Jesus and Mary chain (Psychocandy, 1985) Nel 1963, in America, Phil Spector stravolse le regole del pop costruendo una hit da classifica attorno al Wall of sound di sua recente invenzione. La canzone era "Be my baby", delle Ronettes, e la conosciamo tutti: una smielata dichiarazione d'amore sussurrata sopra un morbido muro sonoro mai neanche immaginato prima. Ventidue anni dopo, in Scozia, due irrequieti fratelli con i capelli osceni e una sfrenata passione per i concerti che finiscono in rissa, decidono di rifare la stessa identica canzone, cambiandone solo il testo ed evolvendo il Wall of sound spectoriano in un Wall of noise di feedback chitarristici. Il risultato è un delirio: una cascata di morbido rumore arancione che cade a pioggia dal cielo e un micidiale ritornello che si insinua nel cervello peggio di un acido. E dopo di allora, così come era avvenuto due decenni prima, niente è stato più del tutto uguale a prima. 
  • Sometimes - My Bloody Valentine (Loveless, 1991) C'è stato un momento nella mia vita in cui ho realizzato che, fondamentalmente, a me piace il frastuono più atroce. Paradossalmente, questo momento, lo posso collocare nel bel mezzo della visione di Lost in Translation, nella cui colonna sonora, questo gioiello nero dei My Bloody Valentine, fa la sua porca figura. E pensare che a me era sembrato solo un atipico pezzo pop vagamente grunge, un brano semi-acustico in cui l'ingegnere del suono aveva sbagliato a mixare musica e cantato! Che errore, che errore! In realtà, anche se prima di capirlo sono passati anni a sfondarmi orecchie e cervello, Sometimes, è il sogno di ogni rumorista che sia mai comparso sulla terra, da Lou Reed a Glenn Branca, da Lee Ranaldo ad Agostino Tilotta: imbrigliare il rumore fino a tirarne fuori una sognante melodia, realizzare una delicata linea elettrica senza farla esplodere mai nonostante l'esplosione sembri sempre inevitabile. Tutti vorrebbero scrivere qualcosa del genere, ma a riuscirci è stato solo Kevin Shields. Ed è anche per questo, come una volta mi disse il mio amico Adriano, che, se lo incontrassi per strada, me lo porterei di corsa a casa, lo imbalsamerei nel suo sorriso migliore, e lo metterei sopra il comodino al posto dell'abat jour, pregandolo ogni mattina di illuminarmi col suo genio.